30 maggio 2012

Il dito e la luna

E’ difficile riaversi dalla sconcerto provocato dalla vicenda dei “corvi”  e trovare la voglia di dire ancora qualcosa, quando è già stato detto tutto e il contrario di tutto. 

Sull’argomento in questi giorni è stata prodotta una quantità industriale di commenti, analisi, prese di posizione, interviste, considerazioni, comunicati (1) tale da non lasciare fuori nulla di quel che si è riusciti a sapere. Salvo restando il fatto che, quando si tratta di Vaticano, quello che non si sa e soprattutto quello che non si vuole che si sappia è sempre il nocciolo di tutto. 

E’ questo il punto. La Santa (santa?) Sede coltiva il segreto ancora come nel medioevo, ignorando i segni dei tempi. Oggi i segni dei tempi hanno la loro icona planetaria in Wikileaks, ma la Chiesa cade dalle nuvole, come sempre. Anche se dovrebbe mostrarsi tutt’altro che sorpresa, era stata già stata avvertita per tempo: “Non  vi è nulla che sia nascosto se non per essere manifestato; e nulla è stato tenuto segreto, se non per essere messo in luce” ( Mc. 4,22).  Oggi il momento è arrivato e tutti se ne sono accorti, persino la politica italiana, ma in Vaticano si continua a coltivare l’opacità come se la lezione pedofilia non le avesse insegnato nulla (non dimentichiamo che nella gestione disgraziata di quello scandalo il segreto pontificio era l’architrave del meccanismo di difesa approntato da Giovanni Paolo II e firmato da Ratzinger & Bertone  nel 2001 (2). 

E’ proprio l’abitudine a considerare il segreto, e non la verità, il migliore alleato per la conduzione del governo della Chiesa che oggi fa gridare allo scandalo: non tanto per il contenuto dei documenti pubblicati, che fa rizzare i capelli in testa a qualsiasi credente che li confronti con lo spirito evangelico, quanto per  il fatto che sono stati trafugati e gettati in pasto all’opinione pubblica. Di cui le gerarchie hanno scarsissima considerazione. Oppure, forse, una paura barbina. 

Anche senza aver letto il libro di Gianluigi Nuzzi, quello che è uscito sui giornali è abbastanza per rimanere basiti (è stato il Fatto a fare lo scoop coi documenti originali, ma Nuzzi aveva già messo tutto sul tavolo con una puntata su la7).

Si comincia con un misterioso appunto scritto in tedesco che riferisce un’uscita del cardinale Paolo Romeo, arcivescovo di  Palermo, il quale ha detto di aver saputo da non identificate fonti cinesi che papa Benedetto morirà entro il novembre di quest’anno. E che ha già pensato al successore, il cardinale Scola. Ma la santa Sede minimizza: «del tutto privo di ogni fondamento, tanto fuori dalla realtà da non dovere essere preso in alcuna considerazione». Ok, qualcuno evidentemente ha scherzato. 

Poi esce la lettera (scritta nel maggio del 2011) di Mons Viganò, rimosso dall’incarico di “commissario” del Governatorato e spedito negli Usa come nunzio. Aveva denunciato sia al papa che a Bertone di aver trovato corruzione, malgoverno, nepotismo e quant’altro. “Valutazioni errate”, taglia corto in una nota la Santa Sede. Perbacco - si chiede la gente - e si manda a capo della nunziatura più importante del mondo uno che prende simili granchi?

Segue la lamentazione del cardinale Tettamanzi, arcivescovo di Milano, strapazzato dal Segretario di Stato, che vorrebbe toglierselo dai piedi dall’istituto Toniolo. Lo stile usato lascia di sasso. 

Ma siamo solo all’antipasto: all’uscita del libro di Nuzzi qualche giornale riprende la lettera al papa di Dino Boffo, dove si dice che il responsabile della velina avvelenata passata al Giornale è nientepopodimeno che il direttore dell’Osservatore Romano, Giovanni Maria Vian. Una vera bomba, il massimo del prestigio intrecciato al massimo della miseria umana. Ma Vian rimane al suo posto e Boffo viene promosso direttore di Tv 2000: un altro abbaglio con promozione incorporata? 

Seguono in rapida successione il siluramento secchissimo di Gotti Tedeschi  e l’esplosione mediatica del fenomeno dei “corvi” che da tempo si sa sono almeno una ventina ma di cui uno solo, il famoso maggiordomo, finisce in gabbia. 

La macchina mediatica macina la vicenda con tutta la sua potentissima solerzia, i vaticanisti sfornano opinioni a getto continuo, la gente si appassiona al giallo vaticano ben più che ai libri di Dan Brown, l’opinione pubblica forma subito le tifoserie e ognuno vuole dire la sua. E naturalmente esprimere il suo pezzetto di scandalo. 
Per i contenuti delle carte? Ma figurati, chi ci capisce qualcosa di cose di curia? Per i corvi, naturalmente: neri, vigliacchi, cattivi e traditori come Giuda.

Perfetto. Tutta l’attenzione è sul dito. La luna, ancora una volta, può nascondersi dietro le nuvole.

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1. Vedere l’ottima e abbondante rassegna stampa degli ultimi giorni di Fine settimana

2. La Lettera apostolica in forma di motu proprio di Giovanni Paolo II Sacramentorum sanctitatis tutela del 30.4.2001 (cf. nn. 575-580) rispondeva al preciso scopo di "definire più dettagliatamente sia ‘i delitti più gravi commessi contro la morale e nella celebrazione dei sacramenti’, per i quali la competenza rimane esclusiva della Congregazione per la dottrina della fede, sia anche le norme processuali speciali ‘per dichiarare o infliggere le sanzioni canoniche’". Le Norme sono contenute in questa successiva Lettera. Riguardo alla definizione dei "delitti più gravi", la principale novità riguarda la pedofilia, ovvero "il delitto contro il sesto comandamento del Decalogo commesso da un chierico con un minore al di sotto dei 18 anni di età" (prima erano 16). Riguardo invece alle novità procedurali, i vescovi svolgeranno indagini preliminari e segnaleranno i casi alla Congregazione, la quale deciderà se lasciare la causa agli stessi ordinari o avocarla a sé: i procedimenti di questo genere, inoltre, sono soggetti al segreto pontificio.

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13 maggio 2012

Il clandestino

A Roma, grazie a una marcia organizzata dai “pro life”, si è riaccesa improvvisamente la polemica sull’aborto. Non è il momento più opportuno, con le tensioni sociali che scuotono il Paese a causa della crisi. Senza contare che negli ultimi decenni le due posizioni si sono talmente ideologizzate da non permettere nemmeno più considerazioni pacate sull’argomento, né distinguo: sono rimasti solo vessilli, slogan, pensieri precostituiti e la voglia di fare a cazzotti tra schieramenti che spesso rappresentano solo le posizioni più estremiste. 

La Chiesa non è mai riuscita a essere convincente circa la propria posizione e questo perché ha affidato le sue ragioni a una ossessiva ripetizione dogmatica diventata ormai una pietra da buttare nel campo avversario: l’aborto è un omicidio. Punto. (Però anche la pena di morte è un omicidio e la Chiesa non s'è mai data tanto da fare per contrastarla. Così s'è giocata la credibilità).
La Sinistra non è mai riuscita ad andare oltre alla contraddizione che, sì, l’aborto è un trauma per le donna; ma è anche un suo diritto e guai a chi lo tocca.  L'embrione ha diritto a vivere? No, perchè non è una persona. Punto.

In queste condizioni è difficilissimo sbloccare la situazione, prendere un’altra via, mettere in campo un altro sguardo. Trovare altre parole, altri pensieri. Eppure potrebbero essere pensieri condivisi, laici, razionali, rispetto ai quali la religione dovrebbe essere capace di fare un passo indietro e la ragione civile uno avanti. 

Non dovrebbe essere così impossibile, razionalmente parlando, guardare chi "sta per essere" come se fosse già dei nostri, anticiparne la piena condizione umana e anzi proteggerlo perché vi arrivi presto senza intoppi mentre attraversa quel tunnel precario e pieno di incognite che è il viaggio-tempo dal nulla al mondo.
Un piccolo naufrago ignaro, trascinato fuori dal non-essere, sta nuotando verso la riva dell'esistenza: non è forse giusto guardare con trepidazione e sollecitudine a questa miracolosa precarietà che la vita ci propone instancabilmente e schierarsi dalla sua parte? Fa così fatica la Sinistra, tradizionalmente portavoce dei senza potere e dei clandestini, includere anche lui?

E poi, non è forse una concezione più concreta e realista quella di considerare interamente l'inizio umano in tutto il processo e aspettarne il compimento, invece di fermarsi al dato meramente biologico dell'attimo fuggente che permette di liquidare il nascituro come "aggregato di cellule"? 
Non è più lungimirante lo sguardo di chi "vede" già in quel muoversi di cellule un prossimo muoversi di mani e piedi e poi di sentimenti e di parole e di pensieri e di idee? Talmente realista che lo fanno tutti i padri e le madri in attesa, senza ricorrere a ideologie precostituite.

Mi sembra che questa sia una visione molto più convincente, oltre che più generosa, di quella che, sbarrando il passo alla potenzialità che il nascituro ha di suo, lo ferma lungo la strada verso l'esistenza negandogli il diritto al viaggio-tempo necessario alla traversata; e, per far questo senza sentirsi ingiusta, lo definisce non per quello che va ad essere ma per ciò che è in quel momento: un grumo di materia biologica senza statuto di umanità. Un clandestino dell’esistenza che non deve approdare alle rive della nostra perché bisognerebbe, poi, accoglierlo, fargli spazio, dargli diritti e soprattutto cambiare la nostra vita. Cosa tra le più ardue.

Eppure considerare l'aborto un vulnus all’umanità, un’uccisione di futuro, una violenza su chi non può difendersi, dovrebbe far parte dei diritti umani fondamentali e dei valori laici della nostra civiltà. 

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03 maggio 2012

Il tempo degli scandali

Le polemiche nate intorno a Roberto Formigoni, culminate con una sorta di  (blandissimo) mea culpa da parte del successore di don Giussani, don Julian Carron, sulle pagine di laRepubblica (1) hanno moltiplicato le analisi sul fenomeno Comunione e Liberazione (vedi note).

Fra tutte mi ha colpito molto ciò che dice Barbacetto  di Bruno Vergani, ex "memores", alla fine del suo articolo: “Alcuni ciellini provano disagio per lo stile di vita di Formigoni. E la ciellina Carla Vites, moglie di Antonio Simone (in carcere, come Daccò, per le indagini sui milioni sparita alla Fondazione Maugeri), ha avuto parole durissime nei confronti del presidente della Lombardia. Carla Vites invitava Cl a ‘un sussulto di gelosia per la propria identità’. Ma Formigoni non ha tradito quell’identità, l’ha realizzata. Chi è dentro Cl è in missione per conto di Dio, può tutto, le regole sociali e il codice penale non contano più. La presenza di Cristo che vive nella storia coincide con Cl, come pure il senso della storia e il bene pubblico. Questa è la vera patologia, non le camicie a fiori di Formigoni” (2).

Il problema di Cl non è (solo) morale. Ha ragione Colombo quando lamenta nel movimento di Giussani la scarsissima propensione, fin dagli esordi, a “lavorarsi” per affinare uno stile di vita evangelico più capace di trasmettere testimonianza (3). Ma  c’è un nodo ancora più profondo, direi ontologico, fondativo, che ha sempre trascinato Cl fin dai suoi primi passi in direzione di una vera e propria ossessione identitaria. 

Il suo vero modello non è quello del popolo in cammino rilanciato anche dal Vaticano II, con una forza di coesione dinamica e continuamente in bilico, sempre da fare e sempre da disfare, com’era l’Israele biblico, approssimativo per definizione, nel senso di un popolo che si approssima al suo Dio che lo chiama. 
Il suo modello è piuttosto quello della cittadella: fortificata dall'apologetica, delimitata dal linguaggio, da determinati temi teologici e non altri, dalle parole d’ordine, dai riferimenti comuni, dal riconoscimento degli “amici” e, parimenti, di quello dei "nemici". La forza di coesione è l’identità che scaturisce dall’essere “dentro”

Rispetto al mondo esterno, dove peraltro vengono messe anche altre realtà ecclesiali vissute non raramente con antagonismo (ricordiamoci le ostili polemiche verso l’Azione cattolica di un tempo o nei confronti di Famiglia Cristiana, anche recenti) vi sono fondamentalmente due posizioni: la contrapposizione o l’occupazione. In questo, sì, assomiglia straordinariamente a Israele: ma a quello contemporaneo. 
Tutto quello che è possibile “occupare” - parrocchie, scuole, università, ospedali, tessuti produttivi e aziende ma anche la politica, le amministrazioni, pezzi di governi, viene assimilato nella cittadella ciellina e diventa automaticamente civitas dei, per una sorta di proprietà transitiva, come se la bandierina che gli si può applicare sopra dicendo “quello è dei nostri”, facesse anche il miracolo di trasformarlo definitivamente in luogo di liberazione.
 E quando questo stride coi fatti a tal punto che non si possono più chiudere gli occhi e la contraddizione esplode in tutta la sua forza - come ora- allora ci si cosparge il capo di cenere e si ricorre al “peccato”. Il reato pare non esistere dentro questa cittadella. Forse è troppo laico.

Eppure, in questo tempo di scandali c’è una grazia particolare, perché permette ai molti in buona fede di aprire gli occhi, ripensare a fondo vecchie impostazioni mai messe in discussione, parole sclerotizzate da vivificare, forse persino presupposti fondativi da demolire.

Poter vedere che il re è nudo può far male, ma è un grande passo avanti, nella liberazione dello spirito.

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1. Chi ha sbagliato umilia il movimento di don Julian Carron

2. Memorie di un memores. Così Cl è diventata “affari” intervista a Bruno Vergani di Gianni Barbacetto (dal blog di Vergani)

3. “Il problema principale di un’autentica formazione politica cristiana sta nella formazione di abiti virtuosi, di una sapienza della prassi. Prima che sulle soluzioni concrete dovremmo interrogarci su questi “abiti”. Purtroppo io non ho mai trovato un ciellino che concordasse con questa impostazione. Che mettesse al primo posto la lotta alle tre concupiscenze (potere, godere, possedere). Che ritenesse essenziale imparare a governare se stessi. Che si facesse aiutare in questo dalla Parola, dai libri sapienziali. Che sottoscrivesse le parole di Guardini (che pure per un certo periodo è stato uno degli autori preferiti del movimento): «mai nulla è diventato grande senza ascesi ... dobbiamo nuovamente imparare che il dominio del mondo presuppone il dominio di noi su noi stessi». Per i ciellini parlare di abiti virtuosi è insopportabile moralismo e perdita del cristocentrismo. «Noi abbiamo a cuore l’Avvenimento e viviamo l’appartenenza», quante volte me lo sono sentito ripetere. E se enfatizzare identità e appartenenza sviasse dalla retta via? E se l’impostazione educativa di Cl (ma non solo di Cl) non favorisse il necessario passaggio dal cristocentrismo al cristoformismo, arrivando alla fine a giustificare doppiezze e ipocrisie?” (in Gli abiti di Formigoni di Giovanni Colombo 

La scelta religiosa di Comunione e Liberazione di Giovanni Colombo

Carron, Cl e l’urgenza dell’Agorà di Paola Springhetti

Comunione e lobby di Maurizio Chierici 

La sofferenza di Comunione e Liberazione di Gad Lerner

16:00 Scritto da mcamera in Tra il dire e il fare | Link permanente | Trackback (0) | Segnala |  Stampa | OKNOtizie | | |  Facebook | | |