13/05/2012
Il clandestino
A Roma, grazie a una marcia organizzata dai “pro life”, si è riaccesa improvvisamente la polemica sull’aborto. Non è il momento più opportuno, con le tensioni sociali che scuotono il Paese a causa della crisi. Senza contare che negli ultimi decenni le due posizioni si sono talmente ideologizzate da non permettere nemmeno più considerazioni pacate sull’argomento, né distinguo: sono rimasti solo vessilli, slogan, pensieri precostituiti e la voglia di fare a cazzotti tra schieramenti che spesso rappresentano solo le posizioni più estremiste.
La Chiesa non è mai riuscita a essere convincente circa la propria posizione e questo perché ha affidato le sue ragioni a una ossessiva ripetizione dogmatica diventata ormai una pietra da buttare nel campo avversario: l’aborto è un omicidio. Punto. (Però anche la pena di morte è un omicidio e la Chiesa non s'è mai data tanto da fare per contrastarla. Così s'è giocata la credibilità).
La Sinistra non è mai riuscita ad andare oltre alla contraddizione che, sì, l’aborto è un trauma per le donna; ma è anche un suo diritto e guai a chi lo tocca. L'embrione ha diritto a vivere? No, perchè non è una persona. Punto.
In queste condizioni è difficilissimo sbloccare la situazione, prendere un’altra via, mettere in campo un altro sguardo. Trovare altre parole, altri pensieri. Eppure potrebbero essere pensieri condivisi, laici, razionali, rispetto ai quali la religione dovrebbe essere capace di fare un passo indietro e la ragione civile uno avanti.
Non dovrebbe essere così impossibile, razionalmente parlando, guardare chi "sta per essere" come se fosse già dei nostri, anticiparne la piena condizione umana e anzi proteggerlo perché vi arrivi presto senza intoppi mentre attraversa quel tunnel precario e pieno di incognite che è il viaggio-tempo dal nulla al mondo.
Un piccolo naufrago ignaro, trascinato fuori dal non-essere, sta nuotando verso la riva dell'esistenza: non è forse giusto guardare con trepidazione e sollecitudine a questa miracolosa precarietà che la vita ci propone instancabilmente e schierarsi dalla sua parte? Fa così fatica la Sinistra, tradizionalmente portavoce dei senza potere e dei clandestini, includere anche lui?
E poi, non è forse una concezione più concreta e realista quella di considerare interamente l'inizio umano in tutto il processo e aspettarne il compimento, invece di fermarsi al dato meramente biologico dell'attimo fuggente che permette di liquidare il nascituro come "aggregato di cellule"?
Non è più lungimirante lo sguardo di chi "vede" già in quel muoversi di cellule un prossimo muoversi di mani e piedi e poi di sentimenti e di parole e di pensieri e di idee?
Talmente realista che lo fanno tutti i padri e le madri in attesa, senza ricorrere a ideologie precostituite.
Mi sembra che questa sia una visione molto più convincente, oltre che più generosa, di quella che, sbarrando il passo alla potenzialità che il nascituro ha di suo, lo ferma lungo la strada verso l'esistenza negandogli il diritto al viaggio-tempo necessario alla traversata; e, per far questo senza sentirsi ingiusta, lo definisce non per quello che va ad essere ma per ciò che è in quel momento: un grumo di materia biologica senza statuto di umanità. Un clandestino dell’esistenza che non deve approdare alle rive della nostra perché bisognerebbe, poi, accoglierlo, fargli spazio, dargli diritti e soprattutto cambiare la nostra vita. Cosa tra le più ardue.
Eppure considerare l'aborto un vulnus all’umanità, un’uccisione di futuro, una violenza su chi non può difendersi, dovrebbe far parte dei diritti umani fondamentali e dei valori laici della nostra civiltà.
16:34 Scritto da: mcamera in Crociate | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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03/05/2012
Il tempo degli scandali
Le polemiche nate intorno a Roberto Formigoni, culminate con una sorta di (blandissimo) mea culpa da parte del successore di don Giussani, don Julian Carron, sulle pagine di laRepubblica (1) hanno moltiplicato le analisi sul fenomeno Comunione e Liberazione (vedi note).
Fra tutte mi ha colpito molto ciò che dice Barbacetto di Bruno Vergani, ex "memores", alla fine del suo articolo: “Alcuni ciellini provano disagio per lo stile di vita di Formigoni. E la ciellina Carla Vites, moglie di Antonio Simone (in carcere, come Daccò, per le indagini sui milioni sparita alla Fondazione Maugeri), ha avuto parole durissime nei confronti del presidente della Lombardia. Carla Vites invitava Cl a ‘un sussulto di gelosia per la propria identità’. Ma Formigoni non ha tradito quell’identità, l’ha realizzata. Chi è dentro Cl è in missione per conto di Dio, può tutto, le regole sociali e il codice penale non contano più. La presenza di Cristo che vive nella storia coincide con Cl, come pure il senso della storia e il bene pubblico. Questa è la vera patologia, non le camicie a fiori di Formigoni” (2).
Il problema di Cl non è (solo) morale. Ha ragione Colombo quando lamenta nel movimento di Giussani la scarsissima propensione, fin dagli esordi, a “lavorarsi” per affinare uno stile di vita evangelico più capace di trasmettere testimonianza (3). Ma c’è un nodo ancora più profondo, direi ontologico, fondativo, che ha sempre trascinato Cl fin dai suoi primi passi in direzione di una vera e propria ossessione identitaria.
Il suo vero modello non è quello del popolo in cammino rilanciato anche dal Vaticano II, con una forza di coesione dinamica e continuamente in bilico, sempre da fare e sempre da disfare, com’era l’Israele biblico, approssimativo per definizione, nel senso di un popolo che si approssima al suo Dio che lo chiama.
Il suo modello è piuttosto quello della cittadella: fortificata dall'apologetica, delimitata dal linguaggio, da determinati temi teologici e non altri, dalle parole d’ordine, dai riferimenti comuni, dal riconoscimento degli “amici” e, parimenti, di quello dei "nemici". La forza di coesione è l’identità che scaturisce dall’essere “dentro”.
Rispetto al mondo esterno, dove peraltro vengono messe anche altre realtà ecclesiali vissute non raramente con antagonismo (ricordiamoci le ostili polemiche verso l’Azione cattolica di un tempo o nei confronti di Famiglia Cristiana, anche recenti) vi sono fondamentalmente due posizioni: la contrapposizione o l’occupazione. In questo, sì, assomiglia straordinariamente a Israele: ma a quello contemporaneo.
Tutto quello che è possibile “occupare” - parrocchie, scuole, università, ospedali, tessuti produttivi e aziende ma anche la politica, le amministrazioni, pezzi di governi, viene assimilato nella cittadella ciellina e diventa automaticamente civitas dei, per una sorta di proprietà transitiva, come se la bandierina che gli si può applicare sopra dicendo “quello è dei nostri”, facesse anche il miracolo di trasformarlo definitivamente in luogo di liberazione.
E quando questo stride coi fatti a tal punto che non si possono più chiudere gli occhi e la contraddizione esplode in tutta la sua forza - come ora- allora ci si cosparge il capo di cenere e si ricorre al “peccato”. Il reato pare non esistere dentro questa cittadella. Forse è troppo laico.
Eppure, in questo tempo di scandali c’è una grazia particolare, perché permette ai molti in buona fede di aprire gli occhi, ripensare a fondo vecchie impostazioni mai messe in discussione, parole sclerotizzate da vivificare, forse persino presupposti fondativi da demolire.
Poter vedere che il re è nudo può far male, ma è un grande passo avanti, nella liberazione dello spirito.
____________________
1. Chi ha sbagliato umilia il movimento di don Julian Carron
2. Memorie di un memores. Così Cl è diventata “affari” intervista a Bruno Vergani di Gianni Barbacetto (dal blog di Vergani)
3. “Il problema principale di un’autentica formazione politica cristiana sta nella formazione di abiti virtuosi, di una sapienza della prassi. Prima che sulle soluzioni concrete dovremmo interrogarci su questi “abiti”. Purtroppo io non ho mai trovato un ciellino che concordasse con questa impostazione. Che mettesse al primo posto la lotta alle tre concupiscenze (potere, godere, possedere). Che ritenesse essenziale imparare a governare se stessi. Che si facesse aiutare in questo dalla Parola, dai libri sapienziali. Che sottoscrivesse le parole di Guardini (che pure per un certo periodo è stato uno degli autori preferiti del movimento): «mai nulla è diventato grande senza ascesi ... dobbiamo nuovamente imparare che il dominio del mondo presuppone il dominio di noi su noi stessi». Per i ciellini parlare di abiti virtuosi è insopportabile moralismo e perdita del cristocentrismo. «Noi abbiamo a cuore l’Avvenimento e viviamo l’appartenenza», quante volte me lo sono sentito ripetere. E se enfatizzare identità e appartenenza sviasse dalla retta via? E se l’impostazione educativa di Cl (ma non solo di Cl) non favorisse il necessario passaggio dal cristocentrismo al cristoformismo, arrivando alla fine a giustificare doppiezze e ipocrisie?” (in Gli abiti di Formigoni di Giovanni Colombo
La scelta religiosa di Comunione e Liberazione di Giovanni Colombo
Carron, Cl e l’urgenza dell’Agorà di Paola Springhetti
Comunione e lobby di Maurizio Chierici
La sofferenza di Comunione e Liberazione di Gad Lerner
16:01 Scritto da: mcamera in Tra il dire e il fare | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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29/04/2012
Per tutti o per molti?
Sembrerebbe una vicenda da raffinati esegeti, invece riguarda tutti i fedeli che, durante la messa, ascoltano le parole della preghiera della consacrazione nella quale, prima dell’elevazione del calice, si dice: "Prendete e bevetene tutti: questo è il calice del mio sangue, per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati". Ebbene, nel nuovo messale Romano quel “per tutti”, introdotto con la riforma liturgica del Concilio Vaticano II, ridiventa “per molti” , come appariva nell’antico Messale di San PioV, cioè come nella messa tradizionale secondo i canoni del Concilio di Trento.
Il papa rassicura che ciò non va inteso come una sorta di restrizione della redenzione, ci mancherebbe altro: Gesù è venuto per salvezza di tutti, ma non tutti sono disposti ad accoglierlo e quindi il “molti” indicherebbe la possibilità di libertà della risposta.
Ora, a parte che questo è opinabile, perché se qui Gesù parla di sé e della sua missione universale, non si vede perché sia meglio connotare semanticamente le sue parole al fatto, del tutto successivo e ipotetico, che solo “molti” ne vorranno approfittare.
Nella lettera ai vescovi tedeschi, che a quanto pare non si sono rivelati per nulla entusiasti di questo cambiamento, Ratzinger adduce il motivo (1) che è meglio rimanere fedeli alla parole di Gesù della Scrittura, e nel testo di Marco, il più antico, vi è scritto “molti”.
Ora, se si divarica lo spazio tra la lettera (molti) e lo spirito (tutti) in un testo, per di più così fondamentale, si apre anche uno spazio alla confusione. Senza contare che l’interpretazione universale, che è dottrina della Chiesa, a questo punto potrà essere messa in discussione proprio partendo da queste parole da parte dei gruppi più reazionari che vorrebbero un Cristo per pochi intimi, obbedienti e integrali.
Ma non basta: se Gesù parlava aramaico, quante traduzioni hanno interpretato le sue parole fino ad arrivare a noi, passando forse all’ebraico, quindi al greco, poi al latino e infine nella varie lingue correnti? Non sono io che lo dico, naturalmente, è Armando Torno: "Le parole della tradizione liturgica, comunque, riprendono il greco perì pollòn e il latino pro multis, che sono un calco del semitico la-rabbîm: il quale significa «per le moltitudini» o anche «per tutti». Tradurre con «molti» ci sembra improprio rispetto all'originale ebraico". Molto interessante a questo proposito l'intervista a mons. Albert Vanhoye, esegeta, rettore emerito del Pontificio Istituto Biblico.
Cercare il senso profondo nelle Scritture, in armonia con lo spirito di esse, è sempre stata la fatica non solo dei biblisti ma dell’intera Chiesa per non cadere nel fondamentalismo. Ri-leggerne i testi alla luce di una comprensione più sapienziale e matura è sempre stato uno sforzo che ha fatto crescere la comunità ecclesiale. Il recente apporto degli studiosi ebrei a questo lavoro, che negli ultimi anni ha aperto orizzonti di senso esaltanti, ha indicato ai cristiani nuove profondità ancora tutte da esplorare.
Perché dunque questo ritorno alla lettera?
Un amico prete mi ha detto questo parole, che riporto pari pari: “ Sapevo che bolliva in pentola questa proposta e ora il rullo compressore arriva. Quando vogliono loro si attengono alla lettera, quando non vogliono se ne fregano. Vuoi un esempio?
Nella "nuova traduzione del Lezionario" hanno lasciata intatta la traduzione tradizionale di Sebaoth con “Dio degli eserciti”. Sebaoth è uno dei Nomi biblici di Dio, usato ovviamente in contesti guerrieri, ma non sempre. Eppure ci dobbiamo sorbire questa traduzione letterale equivoca che suona come una bestemmia. Io ho istruito i miei Lettori a non permettersi di pronunciare mai questa bestemmia quando proclamano le Sante Letture dall’ambone. E loro dicono: “Signore dell’universo”.
Tzevaoth o Sabaoth: Signore delle schiere in movimento soprattutto con riferimento agli Ebrei, ai pianeti, alle schiere angeliche o ancora a quelle degli animali, dei pesci, dei volatili, sia uccelli sia insetti, ed ogni essere vivente “in movimento”; non manca l'interpretazione che vuole che Dio sia anche Arbitro delle guerre. Nella traduzione italiana del Sanctus il Sabaoth è stato tradotto con Dio dell'universo.
Non vorrei che il Nuovo Messale reintroducesse anche nel Sanctus: “Santo, santo, santo il Signore Dio degli eserciti…”.
Insomma, con tutto il disorientamento che vivono i cristiani e la carenza di profezia che affligge la Chiesa istituzionale, era proprio necessario introdurre questa modifica? E come mai, nel momento stesso in cui i lefebvriani accettano con riserva e con moltissime reticenze (continuando a inveire contro la Chiesa del Concilio) il famoso “preambolo” imposto loro da Benedetto XVI, si trasferisce nel corpo vivo del rito ordinario romano una formula del rito tridentino? (2)
Sarò maligna, ma gatta ci cova.
______________________________
1. «Per molti e per tutti»: il Papa chiarisce le parole della Messa
2. Messale di San Pio V:
(...) Hic est enim calix sanguinis mei, novi et aeterni testamenti: mysterium fidei: qui pro vobis et pro multis effundetur in remissionem peccatorum. Haec quotiescúmque fecéritis, in mei memóriam faciétis.
(Questo infatti è il calice del mio sangue, del nuovo ed eterno testamento: Mistero della fede: che per voi e per molti sarà sparso in remissione dei peccati. Tutte le volte che farete questo, lo farete in memoria di me)
Messale di Paolo VI
(...) Prendete e bevetene tutti: questo è il calice del mio sangue, per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me.
Messale ambrosiano
(....) Prendete e bevetene tutti: questo è il calice del mio sangue per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati. Diede loro anche questo comando: ogni volta che farete questo lo farete in memoria di me: predicherete la mia morte, annunzierete la mia risurrezione, attenderete con fiducia il mio ritorno finché di nuovo verrò a voi dal cielo.
17:00 Scritto da: mcamera in oh, ecclesia | Link permanente | Commenti (1) | Segnala
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19/04/2012
A prescindere (dalla realtà)
“La mancanza di libertà di educazione è una ferita gravissima per la società civile e questo dobbiamo dirlo a grandissima voce. (…) Un Paese che non garantisce le libertà primarie ha in sé un di meno. Il grave limite di libertà di educazione che c'è nel nostro Paese è uno dei motivi per cui il cambiamento fa più fatica”
Chi ha pronunciato queste parole? Un ardito oppositore cinese, che le ha fatte filtrare dal carcere dove è rinchiuso? O una disperata blogger iraniana sfuggita ai Guardiani della Rivoluzione, che le ha affidate a un tweet?
Sbagliato.
Queste parole sono state pronunciate qualche giorno fa dal cardinale Angelo Scola a Milano, in occasione della marcia tradizionale delle scuole cattoliche Andemm al Domm.
Uno si immagina che una lunga e importante esperienza pastorale di altissimo livello abbia la meglio sulla giovanile visione movimentista e identitaria (in questo caso, ciellina) di partenza. Invece l’arcivescovo, dopo un congruo numero di mesi sottotono, ha scelto lo stesso stile comunicativo - aggressivo e insieme vittimistico - che usava ngli anni Settanta per galvanizzare i giovani studenti milanesi che affollavano “Parola chiara” il sabato pomeriggio, o le vacanze formative in montagna, o le tre-giorni invernali sulla costa adriatica.
Se c’è un Paese che ha un occhio di riguardo per le scuole cattoliche, questo è l’Italia. Non solo ne garantisce l’esistenza - e ci mancherebbe altro - ma anche la sussistenza. La Costituzione dà il diritto, per enti e privati di “istituire scuole e istituti di educazione senza oneri per lo Stato” (Art. 33), ma in realtà si è stabilito poi per legge che le scuole parificate (2) abbiano sussidi diretti e buoni-scuola anche se, al contrario delle statali, fanno pagare delle rette. In più lo Stato paga di tasca propria gli insegnanti di religione, considerati come dipendenti pubblici.
Dove sta la mancanza di libertà di educazione? Mancano forse scuole private d’ogni ordine e grado, dagli asili all’università? Chi le sceglie è forse penalizzato o vessato o guardato con sospetto? A pensarci bene è vero il contrario. E quindi perché il cardinale usa parole assurdamente sopra le righe? Perché si spinge a negare una realtà enorme come le scuole cattoliche (spesso prestigiose, almeno in passato) oltretutto pubblicamente contabilizzate da un’agenzia cattolica, la Fidae, che ha messo online tutta la sua banca dati?
C’è di più: in Lombardia, dove le scuole private sono 2480 (1), grazie a scelte politiche ben precise della Giunta Formigoni, i sussidi sotto forma di buoni scuola alle famiglie sono persino aumentati, a dispetto dei tagli di Tremonti piovuti sulla scuola come una mannaia negli anni scorsi: e nel 2011, degli oltre 51 milioni destinati dalla Regione ai buoni, ben oltre 44 sono finiti alle famiglie che hanno scelto per i propri figli le scuole private (3).
Non si capisce dunque a cosa miri il linguaggio barricadero dell’arcivescovo, che oltretutto finisce per smentire clamorosamente ciò che vien detto a proposito dallo stesso sito della Regione Lombardia: “Giunta al suo quarto anno di applicazione, la “Dote scuola” ha radicalmente innovato e ampliato il sostegno al diritto allo studio e alla libertà di scelta educativa. E' stata percepita per l'anno scolastico 2010-2011 da 330.000 studenti delle scuole di ogni ordine e grado, pari al 30 per cento della popolazione scolastica da 6 a 18 anni. La grande novità della Dote è che mette la persona, quindi la domanda, al centro degli interventi finanziari, anziché l'ente e l'offerta. E' appunto una risorsa assegnata alla persona, che può "spenderla" dove liberamente decide, e non assegnata all'ente. Si tratta di un investimento sul capitale umano e sui giovani come leva di crescita dell'intera comunità.”
Non si è accorto, il cardinale, che lo stile di pretesa e di accusa a prescindere dalla realtà, molto utilizzato negli ultimi decenni in politica per ottenere attenzioni particolari, denaro e favori, è tramontato? E che la stella dei politici cattolici che ne hanno fatto grande uso e abuso, si è molto appannata?
Non sembra proprio il momento di ricominciare.
______________
(2) La Lombardia ha il record italiano di scuole paritarie: 2480 su oltre 13 mila italiane per un totale di 98.392 alunni su oltre un milione nazionale.
(3) Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/lombardia-44-milioni-di-euro-gli-studenti-delle-scuole-private#ixzz1sTZt46nte
15:52 Scritto da: mcamera in mah... | Link permanente | Commenti (1) | Segnala
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13/04/2012
Siamo tutti ritardati
Dopo aver letto la smentita di Avvenire (1) alla penosa vicenda, riportata da molti media, della comunione rifiutata a un bambino disabile a Ferrara, ci si accorge di quanto sia difficile, oggi, farsi un’opinione. Visto che anche l’informazione diviene un oggetto di fede.
Quali che siano i fatti, però, rimangono le parole attribuite al parroco, don Piergiorgio Zaghi; il quale pare abbia detto (il condizionale è d’obbligo) che il bambino, portatore anche di ritardo mentale, “non è in grado di capire”.
Ma, mi chiedo io, di fronte all’Eucarestia, chi lo è?
La Chiesa, consapevole che anche la ragione vuole la sua parte, ha escogitato una “dimostrazione” logica che pretende esaurisca ogni domanda: la particola, tramite la cosiddetta “transustanziazione” che avviene al momento della consacrazione, perde la sua specifica “forma”, che viene sostituita dal corpo di Cristo, mentre la materia rimane intatta.
Solo che per “capire” questo in modo razionale, secondo la dottrina ufficiale, bisognerebbe anche aver studiato Aristotele e san Tommaso. E, secondo me, non basta comunque. Anzi, detta così sembrerebbe quasi una magia.
Forse è meglio ricorrere a qualche altra via. E se i sinottici non ci aiutano molto, ci può invece illuminare Giovanni (2), che a sua volta compie una sua “transustanziazione evangelica”, ponendo nell’ultima cena, al posto della distribuzione del pane, la lavanda dei piedi.
A Pietro che gli diceva: “Tu non mi laverai i piedi!” Gesù ha risposto: “Quello che io faccio, tu ora non lo comprendi. Lo capirai dopo”.
Non capire è normale, credo. Di fronte all'agire di Dio siamo tutti ritardati. E’ far finta di avere capito tutto che è molto pericoloso.
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(1) Comunione negata? Non è vero, accolto quel bimbo disabile
(2) Giovanni 13, 4 seg.
12:00 Scritto da: mcamera in Evangelicamente | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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06/04/2012
Uscire da Flatlandia
La vicenda degli embrioni distrutti al San Filippo Neri di Roma è stata prontamente archiviata dall'opinione pubblica come uno dei tanti episodi di malasanità. Invece potrebbe illuminare da un un altro punto di vista l'annosa e ormai sclerotizzata questione dell'aborto.
In quei contenitori c'erano ovuli, liquido seminale, embrioni: solo "materiale genetico", come sbrigativamente viene denominato in questi casi? Dipende da chi lo guarda.
Agli occhi della scienza e di chi in qualche modo la rappresenta certamente si', embrioni compresi. Anzi, questa definizione fa parte del suo bagaglio linguistico, molto denotativo e il meno possibile connotativo. Al contrario, per la dottrina cattolica e chi la insegna (o la segue) questa definizione non puo' essere accettata per gli embrioni, che come sappiamo vengono considerati già "persone". Congelate al primo stadio di vita ma comunque persone.
Ma allo sguardo delle donne e degli uomini che da quel "materiale" dipendevano per diventare genitori, si trattava di tutt'altra cosa: quello era il figlio che tanto desideravano, ben presente e atteso nelle loro aspettative, già dentro la loro vita e i loro progetti. Per questi non c'è stata distruzione di mera materia biologica come per la scienza; e nemmeno un'astratta morte di viventi, come per il dogma. C'è stato un lutto precoce.
Questo dovrebbe farci domandare onestamente se, quando poniamo la questione del concepimento e dell'aborto, la affrontiamo davvero in tutta la sua - come dire? - tridimensionalità. Perché il modo in cui viene visto il processo delle primissime fasi della vita ne determina anche il giudizio, anche se lo sguardo non è, e non puo' mai essere, oggettivo e incontrovertibile. Infatti di sguardi ce ne sono diversi.
Di fronte a un ovulo fecondato, la scienza, pur sapendo perfettamente che è solo il momento iniziale di un processo in evoluzione, obbediente al suo statuto di osservatrice, effettua una sorta di fermo-immagine e lo definisce per quello che é in quel momento: un elementare aggregato di cellule. E siccome la definizione (il nome) spesso contiene già le istruzioni per l'uso, non fa una piega a considerarlo - e trattarlo come - mero materiale biologico.
Diversa la considerazione data dalla dottrina cattolica, costruita saldamente sulla Scolastica: poggiandosi sul presupposto che i due principi fondamentali costitutivi della sostanza (cioè di ogni esistente), la materia e la forma, possano interfacciarsi col divenire mediante l'alternarsi dinamico della potenza e dell'atto, dando origine cosi' allo sviluppo (in effetti, una genialata che rende ragione di ogni cambiamento), riguardo al famoso ovulo fecondato non compie affatto un fermo-immagine ma lo "vede" in tutto il suo potenziale sviluppo successivo, che gli appartiene.
Insomma, se la scienza vede nell'embrione un fotogramma, la dottrina intravvede l'intero film dell'essere umano, di quell'essere umano. Ed è per questo che non demorde dal definirlo fin da subito una persona.
Il limite di questi sguardi, di entrambi, è che sono piatti, senza reali dimensioni, perché rappresentano delle posizioni di principio, una prospettiva obbligata proprio dalla posizione in cui entrambi si trovano. Se fossimo a Flatlandia quello della scienza sarebbe un punto e quello della Chiesa una linea. E la terza dimensione?
Chiunque sia genitore conosce benissimo la terza dimensione. E' quella che, messa da parte l'osservazione scientifica o speculativa, abita nelle viscere e nel cuore, nella mente e nei sogni, nelle paure e nelle aspettative, nella carne e nel sangue, nella concretezza della vita e nei rapporti veri reali e complessi che quella piccola cellula avviata all'esistenza ha col mondo intero, col futuro, col suo destino. E con tutta la rivoluzione che avviene quando un'esistenza entra profondamente dentro ad altre esistenze e le cambia per sempre.
Quando si parla di gravidanza, di fecondazione artificiale, di aborto, è questo sguardo a tutto tondo, complesso, ricco, a volte contradditorio, a volte impaurito, spesso impreparato, quasi sempre inadeguato, che bisognerebbe poter esercitare liberamente e in piena coscienza prima di decidere qualsiasi cosa.
E non prendere a prestito nè lo sguardo microscopico della scienza (che ben serve anche a tanta ideologia a basso prezzo mentale) né quello astratto della dottrina. Che spesso finisce, suo malgrado, per fare la stessa fine.
09:43 Scritto da: mcamera in Tra il dire e il fare | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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04/04/2012
Avviso agli amici
Al tempo di Berlusconi la politica non faceva mai mancare puntuali travasi di bile. Ora di colpo tutto è cambiato. Ma, lungi dall'essere normalizzati, si ha l'impressione di essere entrati in una dimensione irreale, sconosciuta, liquida, dove le coordinate di un tempo sembrano essere scomparse.
Non so voi, ma io sempre più spesso mi sento stupida. E forse per deformazione professionale, forse per un istinto di sopravvivenza, qualcosa mi ha spinto a dare un fratello ad A latere: un luogo dove poter depositare tutte le mie perplessità di cittadina. Chi vuole puo' venire a condividerle con me.
L'ho chiamato, a mia somigliaza, Stupid.
18:06 Scritto da: mcamera | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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25/03/2012
Sentinelle
Stasera, su Rai5, è in programma Il grande silenzio (1) , un film in un certo senso coraggiosissimo, visto che ha sfidato tutti i parametri del marketing riuscendo a ottenere un inaspettato successo (di botteghino, non di critica!)
Un film semplice, dopo tutto, come uno sguardo che guarda, a volte osserva, a volte trasfigura, e lascia allo spirito la libertà di uscire allo scoperto. L'oggetto di questa osservazione sono i monaci certosini del Grande Chartreuse, nelle Alpi francesi. Ma possono essere tutti i monaci e le monache di clausura del mondo.
Costoro, che donano ogni giorno la loro vita a Dio – senza dubbio debbono essere chiamati proprio da Lui a svolgere questo compito così arduo: a nessuno può venire in mente di seppellirsi così se non avesse la predisposizione ad averne gioia mentre lo fa – sono le nostre sentinelle, le sentinelle sveglie che attendono Dio e lo intrattengono mentre il mondo ubriaco si dibatte in un sonno di incubi senza senso e spesso spaventosi, in una irrealtà violenta e disperante.
Guai se non ci fossero loro, che si alzano obbedienti nel cuore della notte per pregare per noi, guai se non tenessero vivo per noi e per tutti il filo del senso, il significato della creazione e della lode, in un mondo che ha perso le sue stelle e il suo orientamento. Guai se non ci fossero questi fratelli buoni che temperano la nostra figliolanza maledetta e omicida, guai per noi, figli del mondo, se non ci fossero questi figli di Dio.
Grazie, dunque. Forse è per loro che Dio frena il suo braccio e non lascia che l’ira lo travolga. E’ per guardare con tenerezza uno di questi fratelli in contemplazione amorosa delle sua creazione, che distoglie lo sguardo dal caino che sta uccidendo un bimbo a palate perché piange, accoltellando con furia mortale una ragazzina perché non ci sta, seminando la morte al fosforo sulle case della gente per stanare un altro caino, imbottendo di chiodi una bomba per trafiggere quanti più uomini, donne e bambini al mercato.
Guai se non ci fossero questi fratelli e queste sorelle buoni, i dieci giusti nella nostra Sodoma perduta.
Preghiamo che non vengano mai meno, perché in quel giorno chi fermerà più l’ira di Dio?
_________________________
(1) IL GRANDE SILENZIO
Regia di Philip Gröning. Germania, 2005. Durata 162 minuti circa.
Il film che in Germania ha sbancato il botteghino - superando persino l'ultimo film di Harry Potter -, è tratto dall’esperienza-progetto del regista Philip Gröning, che ha passato 6 mesi lontano dal mondo e dalla sua confusione, nel silenzio quasi fantastico, del chiostro della Grande Chartreuse, nelle Alpi francesi, per documentare la vita dei Monaci Certosini e la loro regola suprema, quella del distacco più assoluto dal mondo. (da Mymovies)
16:31 Scritto da: mcamera in Evangelicamente | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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08/03/2012
Non c'è niente da festeggiare
Ha ragione Telefono Rosa: per quest'8 di marzo non c'è niente da festeggiare. E lo dimostra con questo video. Scioccante? Macché, è storia di tutti i giorni.
A maggior ragione, non facciamoci mancare gli auguri perché ne abbiamo un grande bisogno
08:53 Scritto da: mcamera in Al femminile | Link permanente | Commenti (1) | Segnala
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05/03/2012
Le insegne e l'esistenza
Mi hanno molto colpito, in questi giorni di sorprendente lutto collettivo, le parole di alcune persone che sono state vicine a Lucio Dalla, soprattutto quelle di Enzo Bianchi su la Repubblica di oggi e di Vito Mancuso a Che tempo che fa di sabato scorso.
Pagata la tara di quel po’ di inevitabile celebrazione che tocca a ogni persona pubblica e al fatto normalissimo che quando ci si raduna a salutare per sempre una persona cara, la si ricorda per le cose belle che ci ha lasciato e non certo per palesarne ombre o difetti, quello che ogni volta è saltato fuori è il ritratto di un uomo mite, profondo, buono, in ricerca, amante dell’amore.
Ma soprattutto testimone “a sua insaputa” di questi valori che - a detta di tutti quelli che l’hanno conosciuto bene - pure hanno dato forma e colore alla sua esistenza. A sua insaputa non vuol dire che non ne fosse consapevole, anzi: li inseguiva con testardaggine e delicatezza, sapendo che l’unico modo per avvicinarli e “dirli” era sfiorarli appena con la suggestione, l'allusione, la musica e la poesia. Questo lo sappiamo bene tutti noi, coinvolti a nostra volta in questo gioco (serissimo), ogni volta che siamo stati toccati per caso dal potere illuminante di qualche sua canzone.
Ma a lui non sembrava importasse proprio nulla di esserne un dichiarato testimone: lui era così, viveva così. E basta.
Ecco, che bello sarebbe se ogni testimonianza, soprattutto quella della fede, fosse così. Tanto testarda e appassionata quanto rispettosa e delicata, incarnata nelle mille cose di tutti i giorni senza proclami e segni di riconoscimento, presa molto più dalla ricerca e dalla sete delle sue profondità che dall’affermazione identitaria e dalle sue formule sbandierate e inoppugnabili.
Una fede a cui poco importano le insegne, e a cui molto importa l’esistenza.
14:31 Scritto da: mcamera in Evangelicamente | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| Tag: lucio dalla, vito mancuso, enzo bianchi, funerali | OKNOtizie |
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