26/01/2012

A traino

La debolezza profetica della Chiesa cattolica si svela sempre più spesso nella tempistica. Nella sua prolusione, il card. Angelo Bagnasco - fra le molte altre cose - ha ricordato che non pagare le tasse è un peccato

Questo lo aveva già affermato la Penitenzieria Apostolica quando, nel marzo dello scorso anno, ha “rinfrescato” la lista dei nuovi peccati, aggiornandoli alla complessità della vita sociale del nostro tempo. Ignorata dai mass media, s’è ben guardata dall’insistere: non era aria, sotto il Governo Berlusconi.


Di più: quando l’ambasciatore italiano in Vaticano  Francesco Maria Greco, parlando in un simposio in Vaticano sulle conseguenze della crisi,  si lasciò sfuggire che  non pagare le tasse non solo è reato ma anche peccato, il presidente dello Ior Ettore Gotti Tedeschi gli ribattè, secco: “Questo lo dice l’Islam, attenzione”. Ops! Confuso, l’ambasciatore fece immediatamente dietro front: “Sono stato cinque anni nei Paesi arabi, forse mi sono lasciato influenzare...” Insomma, non era proprio tempo di parresia. 

 

Ma ora che il Governo Monti ha sdoganato il concetto che “chi non paga le tasse mette le mani nelle tasche degli altri italiani”, ora che in tv si vedono persino gli spot contro gli evasori e che le famiglie italiane vivono un impoverimento ormai incompatibile con l’allegra baldanza dei furbi, insomma, adesso che tutti hanno finalmente capito che non pagare, in una collettività, significa di fatto rubare e quindi trasgredire il settimo comandamento, ecco che anche il Magistero della Chiesa può unirsi al coro. A traino, come  sempre.


La carenza di profezia, naturalmente, non riguarda l'atto specifico del pagare le tasse, sarebbe ben misera cosa. Quello che la Chiesa non ha visto, nel suo troppo stretto abbraccio con l'ex Governo - malgrado le molte denunce sul piano puramente teorico e teologico - è stata la formidabile capacità del berlusconismo di sospingere il Paese dentro una visione dove l'individualismo e l'interesse personale erano i veri, profondi valori di riferimento.


Quando i cittadini diventano tante singole monadi separate, scisse dalla collettività (che finiscono per guardare addirittura con diffidenza, sostituendola col piccolo e comodo gruppo identitario), quando quello che uno fa non deve riguardare nessuno e il "sono cazzi miei!" diventa il nuovo indiscusso totem, allora il lavoro, il guadagno, le tasse non sono più visti dentro a una relazione sociale ma solo fatti privati in cui non bisogna mettere becco. 


Questa mentalità individualistica, che è stata la cifra più caratteristica e devastante del berlusconismo, la Chiesa cattolica, semplicemente, l'ha ignorata come tale. L'ha magari denunciata, ma guardando oltre, lontano: attribuendola alla secolarizzazione, al relativismo, all'illuminismo, al laicismo. A entità astratte buone per discorsi tanto universalistici quanto vuoti. E se pur l'ha vista crescere sotto il naso, nella vita di tutti i giorni degli italiani negli ultimi decenni, non ha saputo esercitare nessun vero discernimento sulle sue cause politiche, massmediali, affaristiche. 


Solo in una visione comunitaria, di appartenenza e di bene comune non pagare le tasse è "peccato". In questo senso di recupero della collettività, della patria comune, del Paese intero, vanno da tempo tutti i discorsi (quasi le suppliche) di Napolitano. E, ora, di Monti.  

Finalmente anche la Chiesa cattolica sembra averlo capito - capito nella sua versione incarnata, politica,  concreta - grazie alla crisi. Però non possiamo dire proprio che sia stata all'altezza della situazione.


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06/12/2011

L'equità relativa

Più e più volte, presentando la sua manovra nelle diverse sedi - alla conferenza stampa coi giornalisti prima italiani e poi stranieri, alla Camera e infine al Senato - Mario Monti ha sostenuto di aver seguito tre criteri: rigore, equità,  sviluppo. E' vero, ma non certo in parti uguali. Lo ha fatto, secondo me, più o meno nella stessa proporzione di un piatto di pastasciutta: un etto di spaghetti, un cucchiaio di salsa di pomodoro, un pizzico di parmigiano. Dove l'equità non è per niente l'ingrediente - base, ma il condimento. Scegliete voi quale.

Dopo aver salutato il ritorno di una parola che era stata bandita per anni dalla furia dei nostrani maître à penser che hanno sostenuto Berlusconi, (neoliberisti immaginari, disposti  a sostituire tranquillamente la concorrenza con l'evasione e le mazzette), per un attimo si è sperato che l'equità potesse davvero fare il suo ingresso trionfale e inaugurare il nuovo corso politico. Tanto più che araldi di ogni genere venivano sguinzagliati nelle piazze mediatiche a sostenere: "gli italiani sono capaci di fare sacrifici, se vengono chiesti a tutti".

Errore. L'equità di Monti evidentemente non ha voluto (potuto?) essere assoluta, ma solo relativa. Lo ha spiegato molto bene alla stampa estera, quando ha cercato di fare capire il contesto in cui il nuovo Governo si trovava a operare: stretto tra due diverse visioni incompatibili bloccate da veti incrociati, si è trovato a dover in parte accontentare e in parte scontentare entrambe. Il risultato è stata un'equità relativa, quella di "un colpo al cerchio e uno alla botte": una mazzata sulle case e una mazzata sulle pensioni; un bollo su conti correnti e investimenti e un taglio agli Enti locali; la tassa per auto di lusso e posto-barca e la sospensione dell'adeguamento all'inflazione delle pensioni sopra i 934 euro. Lordi. Che in tasca diventano circa 700. Questa particolare voce della manovra, diciamolo, rasenta l'iniquità. E non per niente il ministro Elsa Fornero non ce l'ha fatta a coniugarla con la parola "sacrificio" e ha ceduto alle lacrime.

Onestamente, non riesco a capire. Che anche Monti debba sottostare al ricatto di Berlusconi e quindi ai voti della maggioranza, che da settimane urla "la patrimoniale, mai!"?
O il suo è un gioco sopraffino per mostrare a tutti a cosa porta l'egoismo dei ricchi che non vogliono pagare e costringono i poveri a diventare ancora un po' più poveri?

La mazzata sulle pensioni forse si può edulcorare nelle sue conseguenze più aspre in un secondo momento, mettendo mano alla riforma del welfare, come del resto ha già anticipato la Fornero. Ma questa ingiustizia, che pensioni davvero basse debbano subire un ulteriore ribasso del 3% - il costo dell'inflazione - per non mettere le mani nelle tasche degli italiani più ricchi, non si può accettare.
Il dilemma è: giocarsi tutto sugli emendamenti e andare al voto  sfidando la destra a smetterla col suo mantra "giù le mani dal mio portafogli" sotto i riflettori di tutto il mondo che guarda, o fare un atto di coraggio, sostituire il sacrificio dei pensionati più mal messi con quello dei grandi benestanti e poi porre la fiducia?

Se almeno la Chiesa si esponesse di più, e non solo col solito  Bregantini, spesso lasciato andare da solo in prima linea, forse Monti potrebbe avere molta più forza in questa decisione cruciale.

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15/11/2011

Come non detto

Nessuno se n’è accorto, forse distratti da eventi più traumatici  per il nostro Paese, ma pare che che la Nota del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace,  di cui al post precedente, abbia suscitato feroci critiche. Ce ne riferisce, con malcelata soddisfazione, Sandro Magister nel suo blog . L’Osservatore Romano, con una firma del presidente dello Ior, il cattolico liberale Ettore Gotti Tedeschi, l’ha semplicemente stracciata. Conoscendo la sua biografia non stupisce affatto. 

 

Dunque, come non detto. La Chiesa istituzionale boccia con la destra quel che fa con la sinistra, seguendo come di consueto la sua terribile paura di mescolarsi coi “comunisti”, i “pauperisti”, i “non global” o gli “indignados” di tutto il mondo. Bypassando tutto il Nuovo e il Vecchio testamento, il cui cuore pulsante è il perseguimento della giustizia, le uniche parole che riesce a trovare di fronte crisi è il ”crescete moltiplicatevi” della Genesi. La ricetta suggerita per superare lo stallo dei consumi, infatti, non è quella di rimettere i soldi nelle tasche dei cittadini interrompendo la spirale dei licenziamenti, della penuria di lavoro, della chiusura di un'azienda dopo l'altra, ma quella di fare più figli! 


(Certo che fare più figli sarebbe bello e auspicabile, ma è evidente che bisogna creare prima le condizioni di un benessere allargato, non è che queste si determinino automaticamente di per sé con l’aumento delle nascite. Se così fosse, i Paesi dove si fanno tanti figli sarebbero i più ricchi…. )
 

L’ala vetero-liberale che detta alla Chiesa istituzionale il pensiero economico e che fa assomigliare persino le parole della carità e della solidarietà al “liberismo compassionevole” targato Bush, la spinge a continuare a pensare, imperterrita, che la crisi sia solo dei mercati e non della filosofia profonda - cioè che il motore di ogni cosa è l’interesse - che li anima. 
 

Peccato. In un momento come questo, dove anche il pudore dell’agiatezza è venuto meno e i ricchi dichiarano senza mezzi termini di non voler pagare nessun pegno al grido di: “ma la patrimoniale, mai!” mentre le famiglie sono piegate da nuove povertà e tagli a servizi essenziali, dalla barca di Pietro avremmo voluto sentir arrivare parole di giustizia ed equità sociale. Invece, rimasta impastoiata nei suoi traffici mondani, una volta di più balbetta e si contraddice. E assomiglia sempre di più al sale che non sala. 

 

11:17 Scritto da: mcamera in oh, ecclesia | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: economia, chiesa, gotti tedeschi, giustizia e pace, crisi, ricchi | OKNOtizie | | |  Facebook

25/10/2011

La Nota dei lunghi cucchiai

“C’è una grande tavola imbandita con commensali che hanno a disposizione dei lunghissimi cucchiai. La differenza tra inferno e paradiso in questa nota storia è che nel primo caso i commensali usano i cucchiai per tentare goffamente di imboccare se stessi senza riuscirci mentre nel secondo caso li usano per imboccarsi l’un l’altro. E’ proprio questa la situazione di fronte alla quale si trovano gli stati nazionali nei mercati globalmente integrati. Cercare di perseguire il proprio interesse miope di breve periodo diventa persino controproducente perché è soltanto cooperando tutti insieme che si può uscire dalla crisi”

Presentando in conferenza stampa la Nota per una riforma del sistema finanziario internazionale  del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, il prof. Leonardo Becchetti infila anche questa piccola parabola nel suo discorso, per il resto prettamente tecnico. A parte il fatto che che la situazione, in realtà, è ancora più disastrosa perché chi  vuole imboccare solo se stesso ha capito che deve impugnare il manico molto vicino al cucchiaio, a costo di menare grandi fendenti agli altri commensali, la presentazione di questo documento, in questa fase della crisi, è di portata storica. 

La Chiesa dei principi non negoziabili da piccolo cabotaggio politico che tanto hanno nuociuto all’Italia in tutti questi anni, sembra avere finalmente un sussulto universale e ritrovare le parole per riappropriarsi di ciò che è suo: la difesa della giustizia, dell’uomo integrale, dei popoli. E ora sfida Mammona. 

Certo, non ci sono nuovi principi: tutto è già contenuto nella Dottrina sociale della Chiesa, che peraltro è sempre stata ribadita nell’indifferenza sostanziale di tutti, soprattutto di quei suoi protettori politici (atei devoti e non),  innamorati del liberismo. Ma qui i principi, diversamente da altri documenti, sono subito tradotti in concetti chiari (1) e in proposte concrete(2)

Permettetemi una memoria. Già dieci anni fa una parte molto vivace del mondo ecclesiale, insieme a molte associazioni sprezzantemente denominate “no global”,  aveva sollevato il problema dello strapotere finanziario globale, legandolo al problema della pace e della giustizia: una settimana prima del famoso G8 di Genova del luglio 2001 il cardinale Tettamanzi, allora arcivescovo della città, aveva presieduto a un incontro affollatissimo di tutte queste realtà, in un clima da “primavera economica”.  Poi la repressione della manifestazione infestata dai black- bloc  (puntuali come sempre), ma soprattutto l’11 settembre, hanno congelato tutto: analisi, discussioni, prospettive, speranze di rinnovamento. Abbiamo perso dieci anni e moltissime opportunità

Adesso che il momento è critico, o se vogliamo magico, la sorpresa è che la Chiesa istituzionale rompe il ghiaccio di questo lungo inverno e ci regala questo pronunciamento con una forza prima inimmaginabile. Perché non si tratta di qualche nota tecnica: lì dentro c’è tutta un’antropologia, una visione del mondo, una logica alternativa dell’uso dei beni. Speriamo che tutta l’ecclesia abbia la determinazione di farlo suo, studiarlo, discuterlo, arricchirlo, diffonderlo. E farlo diventare un impegno di grande respiro mondiale.

___________________

(1) “Le vecchie ideologie sono tramontate. Ma ne sono sorte di nuove, non meno pericolose per lo sviluppo integrale della famiglia umana. Esse hanno inciso negativamente sul sistema monetario e finanziario internazionale e globalizzato, provocando diseguaglianze sul piano dello sviluppo economico sostenibile, nonché gravi problemi di giustizia sociale, mettendo a dura prova soprattutto i popoli più deboli. Si tratta di ideologie neoliberiste, neoutilitariste e tecnocratiche che, mentre appiattiscono il bene comune su dimensioni economiche, finanziarie e tecniche assolutizzate, mettono a repentaglio il futuro delle stesse istituzioni democratiche” (mons. Mario Toso, Segretario dello stesso Pontificio Consiglio). “Con la crisi finanziaria globale le finanze pubbliche di alcuni dei principali paesi occidentali si sono gravemente indebolite per salvare le banche e sono successivamente diventate il nuovo obiettivo di attacchi speculativi. Una parte del mondo finanziario ha così privatizzato i profitti, socializzato le perdite e successivamente utilizzato i fondi pubblici usati per il proprio salvataggio contro gli stessi salvatori” (prof. Leonardo Becchetti)

(2) La crisi finanziaria globale è un’opportunità per riformare l’architettura del sistema finanziario mondiale, rafforzare l’Unione Europea dal punto di vista dell’armonizzazione delle politiche fiscali procedendo più speditamente verso il traguardo di un’unità politica, aumentare la disciplina delle politiche fiscali nazionali. Il documento si incentra su due aspetti fondamentali: I) costruire una cornice di regole di global governance che se possibile facciano da quadro per l’azione di istituzioni globali; II) riformare il sistema finanziario internazionale con una serie di proposte specifiche. (…) 

E’ fondamentale riportare la finanza al servizio dell’economia reale. Per far ciò è necessario: I) Ridurre la leva delle banche troppo grandi per fallire (leva di 30 a 1 e squilibrio tra passività a breve e attività a a lunga sono tra le principali cause della propagazione della crisi dei mutui subprime a livello mondiale). II) Adottare la cosiddetta Volckerrule che impedisce alle banche di fare trading in proprio con i depositi dei clienti. III) Regolamentare in modo più severo il mercato dei derivati che nascono come strumenti assicurativi. IV) L’istituzione di una tassa sulle transazioni finanziarie. 

21/10/2011

Sic transit...

C’è una cosa che mi piacerebbe da matti sapere. E cioè se la frase con cui Silvio Berlusconi ha lapidariamente commentato la fine di Gheddafi,  “Sic transit gloria mundi”, appartenga al ricchissimo repertorio del suo consumato cinismo, a quello paraspirituale della sua ormai ammuffita iniziazione massonica o sia sgorgata, assolutamente stupefacente e contraddittoria, da un improvviso attimo di consapevolezza. 

La differenza è abissale, la stessa che passa tra uno spirito vinto dal mondo e già morto (1a ipotesi), uno troppo lungamente lasciato in sonno che rischia di non svegliarsi più (2a ipotesi) e uno spirito che, lacerato d'un tratto il velo delle cose, inaspettatamente e con un soprassalto “le vede” (3a ipotesi).

E le vede purtroppo solo alla fine e solo grazie a una scioccante brutalità. Letteralmente: un’apocalisse

 Se fosse vero quest’ultimo caso, ci sarebbe da gioire e da trepidare.  Da gioire perché, detto molto banalmente, finché c’è vita c’è speranza; da trepidare perché un guizzo di consapevolezza non basta, se non è seguito dalla concreta determinazione a ricominciare da capo in tutt'altra direzione. E sopprattutto non prima di aver sanato i disastri. 

Per esempio, tanto per fare un nome non a caso, come ha fatto Zaccheo. 

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Deliziosi da leggere:

Gloria mundi di Massimo Gramellini 
Presidente, more solito! di Alberto Bobbio

 

 

16:33 Scritto da: mcamera in Tra il dire e il fare | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | Tag: berlusconi, gheddafi, gloria mundi | OKNOtizie | | |  Facebook

18/10/2011

Bertone chi?

Finirà nel nulla, spazzato sotto al tappeto come tutte le altre sporcizie di questi ultimi anni che per un caso sono finite sui giornali, anche quest’ultimo segno della contiguità malata del Vaticano col potere: il Segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone, che chiama al telefono il faccendiere Lavitola. Il quale, a sentire le intercettazioni pubblicate sul Corriere, doveva essere uno snodo essenziale per arrivare a Berlusconi. “Uno che conta” forse ancor più di Bisignani, se accompagnava il premier persino nei viaggi di Stato. 

In Inghilterra il più importante ministro del Governo Cameron si è dimesso perché si portava dietro un amico, ma qui siamo molto più evoluti. Sappiamo stare al mondo. 

 

E quindi anche la Chiesa, seconda a nessuno in sapienza mondana, sa quali campanelli suonare o, per meglio dire, quali numeri di telefono comporre. Si dirà: ma figurati, quello millantava, è chiaro: vedrai che arriverà prontissima la smentita del Vaticano. Io non ci giurerei: perché se per caso esistesse l’intercettazione anche della conversazione col cardinale Bertone, visto che Lavitola, indagato, aveva il telefono sotto controllo... pensa che figura.

 

Nessuno renderà conto a nessuno, tutto rimarrà segreto. I cattolici non hanno diritto di sapere. Non lo devono avere gli italiani, che fra poco si vedranno calare la legge bavaglio sul piatto, figuriamoci i cattolici, appartenenti a una comunità che non è nemmeno una democrazia. E che sembra cercare di assomigliarvi sempre meno. 

 

Quindi la domanda rimarrà per aria come uno sbuffo di fumo, un rumore nella notte misterioso e indecifrabile, un movimento sospetto appena percepito con la coda dell’occhio. Cosa mai poteva volere il Segretario di Stato vaticano dal faccendiere Lavitola? Boh… 

E poi, puff!, sarà sembrato solo uno strano sogno, come quelli che ti afferrano di nuovo, a tradimento, dopo che la radiosveglia ti ha appena strappato dal sonno con le notizie del giorno. 

11:35 Scritto da: mcamera in mah... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: bertone, vaticano, lavitola, intercettazioni, berlusconi | OKNOtizie | | |  Facebook

Il vangelo facoltativo

Per i cristiani, la fede è raccolta e tramandata attraverso due strumenti indispensabili: il Credo e il Catechismo”.

Credo che Lucetta Scaraffia abbia sbagliato soggetto: questo è vero per i cattolici, soprattutto  se italiani, non per i cristiani. Per questi ultimi c’è uno strumento ben più indispensabile: il piccolo panetto di lievito da mettere ogni giorno nella propria pasta umana per farne, con l’aiuto dello Spirito di Dio, il “nostro pane quotidiano”. 

Si chiama Vangelo. Evidentemente per lei è facoltativo. 

10:20 Scritto da: mcamera in mah... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: scaraffia, anno della fede, benedetto xvi, cristiani, cattolici, chiesa, fede | OKNOtizie | | |  Facebook

06/10/2011

L'ovvio rivoluzionario

Il primo a pronunciare la bestemmia più indicibile del capitalismo è stato Warren Buffet: “Io, super ricco - ha detto - voglio pagare più tasse. Verso 7 milioni di dollari, solo il 17,4% del mio imponibile. I miei dipendenti, invece, fino al 41%”. Parole scandalose  per gli ultraliberisti del Tea Party, abbarbicati a una curiosa visione del mondo per cui la classe media e medio-bassa devono sborsare più contributi dei ricchi e dei miliardari.  Infatti, quando Obama ha osato introdurre un nuova aliquota che pareggiasse i conti anche per questi ultimi, i repubblicani hanno gridato scompostamente, indignati, il loro mantra intoccabile: "nessuna nuova tassa".  Ma quando è troppo, è troppo: e ora il movimento degli "indignados di Wall Street" comincia ad agitare i sonni dei piccoli mammona che giocano con l'economia del mondo come se fosse un  Monopoli e non la vita di qualche miliardo di persone.


Una ovvietà lapalissiana, per chi ha un minimo senso della giustizia, come quella che ciascuno  debba contribuire in proporzione a quello che ha, suona a dir poco rivoluzionaria
 e persino eversiva, per qualcuno, in un mondo costruito sullo strapotere del denaro. Che ha i suoi profeti e i suoi sacerdoti persino nelle file di chi, quel denaro, non ce l’ha per niente ma ne subisce il fascino.


Qua e là altre voci si sono accodate, ma sono veramente mosche bianche. In Italia, qualcuno è uscito allo scoperto: “Meglio una patrimoniale su noi ricchi. Una cosa è chiedere in contributo di solidarietà a me o a Berlusconi, una cosa è colpire un dirigente con famiglia a carico”, ha detto  Luca Cordero di Montezemolo. “Gli abbienti devono dare il loro contributo. La classe dirigente italiana deve farsi carico della patrimoniale, è un dovere davanti alla crisi”, ha aggiunto  Carlo De Benedetti.  Marcegaglia, nei giorni in cui si invitava all’unità per varare una Finanziaria adeguata al momento di crisi, ha proposto “un prelievo annuale sul patrimonio delle persone fisiche  accompagnato dall'obbligo di indicare il proprio stato patrimoniale nella dichiarazione annuale dei redditi per consentire di valutare la coerenza fra reddito e patrimonio”. Il finanziere Pietro Modiano,  in una lettera al Corriere della Sera, si spinge oltre e calcola che un prelievo del 10 % sui patrimoni degli italiani più ricchi (il 20% dell'intera popolazione) fornirebbe un gettito di 200 miliardi di euro, l'equivalente di cinque volte la manovra biennale uscita dal parlamento.  Sappiamo com’è andata a finire

 

L’ovvio è troppo rivoluzionario, i ricchi troppo abituati ad esserlo, è molto più facile accettare l’idea che qualcuno sia costretto a lavorare per 4 euro all’ora per 12 - 14 ore al giorno. E se si cerca di parlarne, si tirano subito fuori tutte le parole d'ordine e tutti gli spauracchi degli “ismi” buoni a sputarci sopra: il comunismo, il pauperismo, l’egualitarismo, la demagogia. E si tiene bene alla larga l’unica parola che andrebbe gridata forte e chiara: la giustizia. 

L’impressione è che  se c’è un odio di classe, oggi, sembra proprio essere quello dei ricchi nei confronti dei poveri.

13:47 Scritto da: mcamera in Due pesi, due misure | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: crisi, patrimoniale, buffet, marcegaglia, tasse, ricchi, obama | OKNOtizie | | |  Facebook

03/10/2011

Parodie

A volte sembra che anche la storia, come il cinema di Mel Brooks, si diverta a mettere in scena delle parodie, dove ciò che nell'originale è nobile e alto, oppure drammatico o tragico, nel rifacimento diventa solo comico e grottesco. Forse è per questo che ci tocca assistere all'avvento, dopo un Mussolini, di un Berlusconi; dopo Mazzini, di un Bossi; dopo Benedetto Croce, di una Gelmini. E persino, dopo Mastella, di uno Scilipoti.

17:44 Scritto da: mcamera in mah... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: barlusconi, mussolini, croce, gelmini, bossi, mazzini, mastella, scilipoti | OKNOtizie | | |  Facebook

29/09/2011

La postfezia del cardinale

Alla fine, dopo tutti quanti - dopo i ricercatori, gli studenti e gli insegnanti, i cassaintegrati, i precari, le famiglie e molte altre categorie; dopo gli intellettuali, i magistrati e persino gli industriali; dopo i cattolici delle comunità di base e quelli anonimi delle parrocchie, dopo molti vescovi e moltissimi parroci - ecco, finalmente anche il capo della Cei ha detto alcune parole chiare sul nostro Presidente del Consiglio

 

Anzi, no: non su di lui, che non è mai stato nominato, come pare abbia richiesto il papa, ma sul berlusconismo da lui costruito in vent’anni di anticultura mediatica e di pratica politica. A cominciare dai suoi effetti: la puzza. Puzza di decomposizione, di marciume e di schifezze, che “ammorbano l’aria”. Non poteva essere più allusivo e insieme più esplicito di così il cardinale Bagnasco, che ha idealmente trasposto i cumuli dei rifiuti di Napoli dentro la nostra stessa convivenza civile, simbolo e nemesi dell’avventura berlusconiana . “C’è da purificare l’aria, perché le nuove generazioni, crescendo, non restino avvelenate”, insiste più oltre.
Perché oltre la puzza, e ben più gravi, sono in agguato le malattie. E il contagio è già cominciato anche presso i più piccoli.

 

Era ora. Da mesi moltissimi credenti si chiedevano, nauseati, il perché del silenzio persistente della Chiesa di fronte al disastro totale di un Paese portato pervicacemente allo sbando e alla rovina, in una crescente e dolorosa disistima internazionale. 

Era ora che la gerarchia, dopo essersi lasciata abbindolare come il più sprovveduto dei dilettanti allo sbaraglio, si togliesse le fette di salame dagli occhi - o più teologicamente, si lasciasse cadere le scaglie - e “vedesse” finalmente la realtà. 

 

Una certa classe dirigente ha interpretato modelli antropologici che sono del tutto al di fuori del cristianesimo. Non è un problema di peccato, del quale uno si pente. È il modello di vita, successo, denaro, competizione senza limiti, la malattia della società contemporanea, ha commentato lo storico Paolo Prodi in una intervista.
Questo è il punto: il berlusconismo ha inoculato nel Paese un modello antropologico malato,  moltiplicato per mille dalla potenza invasiva della televisione, focolare domestico di tutto un popolo e instancabile divulgatrice di modelli sociali. E 
il cui manifesto è stato perfettamente illustrato dalla tarantiniana Terry De Nicolò (1).

 

Qualcuno ha detto che Berlusconi non ha fatto altro che cercare di trasformare l’Italia intera in un gigantesco Drive in. Le nostre gerarchie forse non guardavano Drive in, ma si sono prestate a essere le volenterose  aiutanti di Silvio in quest’opera, sostenendolo anche elettoralmente in cambio di qualche concessione legislativa e di qualche vantaggio “strategico”.

Come hanno fatto a non vedere? Perché questo accecamento? Come mai la Chiesa arriva sempre in ritardo sulle grandi questioni storiche e sociali, sempre a rimorchio di un’opinione pubblica risvegliata da altri  e, quasi sempre, più laici soggetti? 

 

Questa è la domanda delle domande, quella che i credenti dovrebbero porsi, prima ancora di vagheggiare un'altra Dc riveduta e corretta, come se la soluzione venisse dal riprendersi in prima persona il gioco politico e lo sbaglio fosse stato quello di averlo appaltato ad altri, rivelatisi inaffidabili. Che sarebbe solo una riedizione del ruinismo. 

 

Invece la domanda delle domande è: perché i vertici della Chiesa italiana in tutti questi anni sono stati incapaci del discernimento necessario? Quali astrusi ragionamenti umani, troppo umani, li hanno condotti ad appoggiare non solo uno dei peggiori governi che l’Italia abbia mai avuto dal dopoguerra, ma la più triste e vacua cultura anticristiana che il Paese ricordi? Dove e quando, esattamente, hanno perso la bussola? 

Solo dopo averla ritrovata, infatti, sarà possibile ripartire. 

 

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(1) da leggere anche l’ottima analisi della De Gregorio

14:32 Scritto da: mcamera in oh, ecclesia | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: bagnasco, berlusconi, cei, vescovi, cattolici, chiesa, prolusione, aria | OKNOtizie | | |  Facebook